L’inverno sembrava non avere una fine, e il branco moriva di fame. Il capobranco, il più vecchio di tutti, procedeva in testa e rassicurava i giovani, dicendogli che presto sarebbe arrivata la primavera. Ma, a un certo punto, un giovane lupo decise di fermarsi. Disse che ne aveva abbastanza del freddo e della fame e che sarebbe andato a stare con gli uomini. Perché la cosa importante era di restare vivo. Così, il giovane, si fece catturare e col passare del tempo, dimenticò di essere mai stato un lupo. Un giorno, di molti anni dopo, mentre accompagnava il suo padrone a caccia, lui corse servile a raccogliere la preda. Ma, si rese conto che la preda era il vecchio capobranco. Divenne muto per la vergogna, ma il vecchio lupo parlò e gli disse così: “io muoio felice perché ho vissuto la mia vita da lupo, tu invece, non appartieni più al mondo dei lupi e non appartieni al mondo degli uomini”. La fame viene e scompare, ma la dignità, una volta persa, non torna mai più.
La burocrazia e le formalità che governano la nostra società alimentano la sfiducia nel nostro prossimo compromettendo qualsiasi rapporto di aggregazione. Questo è l'obiettivo di chi ci governa. Siamo sempre più macchine e sempre meno uomini. Torniamo a vivere secondo natura alimentando fiducia e amore !
UNA RICERCA SUL CONTROLLO DEI PREDATORI DIMOSTRA L’EFFICACIA DEI METODI NON CRUENTI.
L’abbattimento di predatori comporta nella metà dei casi un aumento dei danni a scapito degli animali domestici: lo dimostra una ricerca pubblicata giovedì scorso nella rivista specialistica “Frontiers in Ecology and the Environment”. I risultati in caso di utilizzo di metodi non letali, come la protezione delle greggi, invece mostrano la loro efficacia : nell’80 % dei casi gli attacchi alle greggi sono diminuiti.
Purtroppo in molte parti del mondo è diffusa tra le autorità, i cacciatori e gli allevatori di animali domestici come soluzione ‘istintiva’ per evitare danni al bestiame quella più semplice, ovvero, abbattere i predatori, come orsi, lupi e grandi felini. I risultati dello studio dimostrano e confermano però che l’abbattimento è una ‘cura peggiore del male’. Il gruppo di ricerca internazionale ha analizzato sistematicamente i risultati e la validità di vari studi condotti sia in America che in Europa. I risultati rilevati in Africa e Asia confermano questi esiti.
Le considerazioni generali della ricerca non sono nuove, ma più evidenti che mai grazie all’ampio database internazionale. I metodi letali (come caccia, esche avvelenate o trappole) non risolvono i problemi degli allevatori ma al contrario aggravano i problemi esistenti. Solo nel 29% dei casi esaminati si ottiene una diminuzione temporanea degli attacchi al bestiame mentre nel 43% si nota invece un aumento dei danni in confronto degli animali domestici dopo l’abbattimento di un predatore. Nel caso si utilizzino metodi non letali (come l’uso di cani da guardia per le greggi, recinzioni elettriche o dissuasori come il nastro segnaletico) questi si sono rivelati invece efficaci e nell’80% dei casi esaminati i danni al bestiame sono diminuiti.
Per questo, sulla base dell’attuale stato delle conoscenze, gli scienziati consigliano alle autorità e alle persone competenti di non prendere più in considerazione l’abbattimenti dei predatori per proteggere gli animali domestici.
In Italia e in Svizzera sono in corso revisioni delle norme nazionali per concedere la possibilità di abbattere alcuni esemplari di lupi.
Gabor von Bethlenfalvy, esperto di grandi carnivori per il WWF Svizzero dice: «È preoccupante quanto la politica si faccia guidare dalle pressioni degli interessi dei singoli e quanta poca considerazione dedichi alle esperienze pratiche e agli studi. Si accettano i metodi cruenti dei diretti interessati ed addirittura si incoraggiano».
Il WWF ricorda anche che tutti i predatori che vivono nel territorio alpino, a cavallo tra i vari paesi, sono specie la cui popolazione è drasticamente minacciata e per questo qualunque soluzione ‘sperimentale’ è da scoraggiare, specialmente per il lupo. Ancora oggi la decimazione della popolazione tramite abbattimenti casuali è una prassi ed il grande pericolo di questi metodi è che vengano uccisi individui importanti per la struttura del branco o l’approvvigionamento di cibo. Il rischio di peggiorare la situazione invece di migliorarla è troppo grande.
Gabor von Bethlenfalvy dice a riguardo: «La migliore protezione del bestiame in una regione in cui sono presenti i lupi consiste nella protezione del gregge e nell’assicurare la struttura familiare stabile del branco»
Anche in Italia è in corso di revisione la politica di gestione del lupo. Il primo Piano di Azione nazionale è stato redatto nel 2002, ormai scaduto da tempo e sostanzialmente scarsamente applicato sul territorio. Il Ministero dell’Ambiente ha dato incarico all’Unione Zoologica Italiana di redigere una nuova versione del piano che prevede tra l’altro le modalità e le condizioni per concedere le deroghe al divieto di abbattimento. Il Lupo in Italia è oggi una specie protetta dalla Direttive comunitarie e dalla Legge nazionale sulla caccia.
Il WWF ha manifestato ripetutamente le motivazioni per cui l’abbattimento non è una soluzione per la gestione del lupo, consegnando direttamente al Ministro dell’Ambiente migliaia di firme. Attualmente il Piano deve essere ancora discusso nella Conferenza Stato-Regioni, ma ci sono concrete possibilità che si possa fare marcia indietro prendendo atto che attualmente non esistono le condizioni per concedere le deroghe.
"Era una musica selvaggia e indomita, echeggiava tra le colline e riempiva le valli. Provai uno strano brivido lungo la schiena. Non era una sensazione di paura, capite, ma una specie di fremito, come se avessi dei peli sul dorso e qualcuno li stesse accarezzando..."
Alda Orton, Trapper dell’Alaska
I rapporti sociali dei lupi si esprimono attraverso tre sistemi di comunicazione tra i singoli membri e all’interno del branco: vocalizzazioni, segnalazioni posturali e impressione di marchi odorosi. L’ululato è forse l’aspetto sociale che più ci è familiare; consiste nella tipica emissione di una singola nota, che s’innalza all’inizio e si interrompe improvvisamente alla fine quando l’animale cerca di dare volume al latrato e può contenere fino a dodici armonici. Quando ululano in branco, i lupi armonizzano piuttosto che sintonizzarsi su una stessa nota, dando così l’impressione di essere più numerosi. L’emissione di ululati non avviene necessariamente in posizione eretta, i lupi possono infatti essere sdraiati o seduti su un fianco. Sono state espresse più ipotesi sulla natura e sulla funzione dell’ululato lupino che sul verso di qualsiasi altro animale. Si tratta di un suono pieno, accattivante, un’eco lamentosa e seducente capace di instillare soggezione e far accapponare la pelle. Sembra che la sua funzione sia di radunare il branco, soprattutto prima e dopo la caccia, di segnalare un allarme, in particolare se è la tana a essere minacciata, di individuarsi a vicenda nel mezzo di una tempesta o in un territorio sconosciuto, e di comunicare a grandi distanze. Nell’aria immobile dell’Artico, l’ululato può essere udito a dieci chilometri di distanza. Esistono pochi indizi sul fatto che i lupi ululino durante la caccia, mentre invece lo fanno dopo, forse per celebrare la riuscita della battuta (la presenza di cibo), il loro valore o la soddisfazione di ritrovarsi uniti senza aver subito lesioni. Non ci sono mai state prove a confortare la credenza secondo cui i lupi ululino alla luna o lo facciano più spesso nelle notti di plenilunio, malgrado possa avvenire con maggior frequenza di sera o il mattino presto. Questa attività raggiunge il suo picco stagionale nei mesi invernali, all’epoca del corteggiamento e dell’accoppiamento; è facile capire come mai l’idea dei lupi che ululano alla luna si sia potuta diffondere in questo modo e assumere una presenza talmente forte nell’immaginario umano durante le gelide e limpide notti artiche, quando il suono corre lontano e la luna avvolge di mistero il territorio innevato. Che cosa spinga un lupo a ululare rimane un mistero, sebbene ricerche sul campo e in laboratorio indichino che sia l’assolo sia il coro siano sollecitati da uno stato di irrequietezza e di ansia. La solitudine è lo stato d’animo citato con maggiore frequenza, ma l’ululato di gruppo possiede una qualità di celebrazione e cameratismo, ossia quello che il biologo della fauna selvatica Durward Allen ha chiamato “il giubilo dei lupi”.
Perfino i pastori, che più di tutti vivono da sempre in simbiosi con l'ambiente, con il rarefarsi di alcune specie di animali predatori hanno dimenticato alcune norme di comportamento che permettevano loro di subire meno danni al bestiame.
L’attuale generazione di pastori non ha mai avuto esperienze dirette con i predatori con i quali convivevano i loro bisnonni. Anche loro, nell’arco di un paio di generazioni, hanno perso la memoria storica dell’autentico contatto con la natura. A causa della secolare persecuzione a cui sono stati sottoposti alcuni animali, come l’aquila, il lupo, la lince e l’orso, questi si sono quasi estinti. I pastori di un tempo sapevano come difendersi e convivere con questi predatori. Poi con l’invenzione delle armi da fuoco il problema è stato eliminato. Oggi, grazie alla protezione della legge, e a una diversa coscienza ecologica, questi animali stanno tornando sulle nostre montagne. Certo che se questo fatto è considerato da quasi tutti un ritrovato valore per il nostro ambiente, è giusto che eventuali predazioni, a carico di animali domestici, che gli allevatori non riescono a evitare, siano rimborsati dalla comunità. Sapere che su una certa montagna, nella segreta penombra della foresta vive e si muove furtivo il lupo, è una cosa straordinaria anche se la possibilità di vederlo è davvero molto remota.
Il sofista greco Zenobio (II sec. d.C.) scriveva: “Il lupo è sempre sotto accusa, colpevole o meno che sia”. Eppure il lupo è sempre stato un animale importante nella storia dell'uomo, fin dall'antichità protagonista di miti e leggende, e quasi sempre in duplice veste: ora a rappresentare valori positivi ora negativi, luce e ombra, ferocia e spirito di libertà.
Simbolo doppio. Dagli indiani d'America agli eschimesi, dagli scandinavi agli italici, le popolazioni nomadi, legate alla caccia, hanno sempre ammirato l'animale per la sua forza e la resistenza alla fatica, e per la straordinaria capacità predatoria quando agisce in branco. Il lupo è un’allegoria guerriera, il combattente scaltro e indomito. Quando però le popolazioni si fanno stanziali, fondandosi su agricoltura e allevamento, il predatore diventa il nemico che attacca il bestiame. E il simbolo si fa ambivalente: da ammirare e da temere.
Il terrore che il lupo incute è atavico e universale. L'animale della notte e delle foreste porta distruzione; la sua bocca dalla dentatura forte, atta a sbranare, sembra schiudersi su una specie di antro pauroso. Il lupo è infatti associato agli inferi in molte culture. Su alcuni vasi funerari etruschi esposti a Volterra, ad esempio, è raffigurato mentre si affaccia da una caverna che comunica con l'altro mondo, sorveglia dunque l'entrata del regno dei defunti. È una divinità infernale anche la Lupa Mormo dei greci mentre Ade, dio degli Inferi, porta un mantello di pelle di lupo, collegando ancora una volta il predatore al concetto di morte.
L'antro - raffigurato dalle fauci - è un elemento simbolico importante perché il passaggio attraverso il mondo del buio e delle ombre è necessario per giungere alla liberazione, alla luce iniziatica che deriva dal rapporto con la divinità. E così il portatore di morte - che ha però occhi luminosissimi - finisce con l'essere anche portatore di conoscenza. La mitologia greca spiega bene la natura doppia attribuita all'animale: quando incarna Ares, il lupo rappresenta il lato distruttore; quando raffigura Apollo quello solare.
La lupa capitolina. E non c'è forse una lupa all’origine della storia di Roma? la leggendaria lupa che allatta, salvandoli, Romolo e Remo. Non è certo un caso che il mito scelga per il ruolo di nutrice un animale che per natura alleva con dedizione la sua prole e che in molte culture è associato al concetto di fecondità oltre che a quello di rinascita.
I riti latini. Legata alla leggenda di Romolo e Remo - ma che si rifà a riti di origine arcaica - c’è poi una festa importante nel mondo romano: i lupercali (lupercalia in latino) che si celebravano il 15 febbraio in onore di Luperco, antico dio collegato al lupo sacro a Marte. La festa si svolgeva davanti al lupercale, cioè la grotta della lupa, sul lato sud ovest del Campidoglio, dove, all'ombra di un fico, il pastore Faustolo avrebbe trovato i due gemelli. La festa - che aveva per protagonisti giovani sacerdoti chiamati luperci - aveva sì lo scopo di tenere magicamente i lupi lontani dalle greggi, ma anche quello di propiziare la fertilità (i sacerdoti frustavano ritualmente la terra con strisce di pelle di capro perché desse un buon raccolto e in modo simile, colpivano il ventre delle donne). Già nel mondo romano però l'animale è anche simbolo d'ingordigia e di lussuria. Le lupe sono a Roma le prostitute (in riferimento anche alla loro avidità per il denaro) e il lupanare è il bordello.
Emblema del maligno. È però nel Medioevo che il predatore perde, almeno in parte, la sua connotazione doppia per assurgere unicamente a simbolo del male. A costruire nell'immaginario una sorta di mostro è anche il mondo cristiano che, fomentando l'odio verso i culti pagani - come i lupercali - e verso altre forme di religiosità - come quelle nordiche - trasforma l’animale delle foreste prima in strumento del demonio e poi nel demonio stesso (contrapponendolo all'agnello). Uccidere lupi diventa allora un atto di giustizia e un dovere, e le carcasse vanno esposte. Non solo: per quanto la cosa appaia ridicola, gli animali vengono sottoposti a veri processi e spesso condannati a morte. Si ha notizia anche di maledizioni delle “belve” a opera di prelati. In alcune società europee, poi, il lupo è assimilato alle streghe: le streghe cavalcano lupi per andare al sabba, hanno relazioni sessuali con i lupi, si trasformano in lupi. L’animale rappresenta ormai solo il maligno.
In questo contesto è particolarmente significativa la storia miracolosa legata a san Francesco che a mani nude affronta il “mostro” che terrorizza Gubbio e lo vince semplicemente con la parola. Ma in definitiva anche qui è il Bene che trionfa sul Male e lo trasforma.
Licantropi al rogo. Intanto proprio nel Medioevo arriva al suo apice la leggenda - antichissima - dei lupi mannari (e in questo modo si recupera l’aspetto del doppio, nel senso di uomo e animale). Le prime credenze sulle metamorfosi si trovano nelle saghe nordiche con i Berseker, i guerrieri consacrati a Odino, che in battaglia si trasformano in lupi, o con lo scandinavo Fenrir, figlio del dio vichingo Loki. Nel Medioevo contro i lupi mannari s’intentano molti processi che di solito si chiudono con condanne al rogo, col risultato che migliaia di innocenti muoiono bruciati. In epoca moderna il mito del licantropo, considerato vittima di una maledizione che lo costringe alla ferocia, viene ripreso dalla letteratura e dal cinema, spesso in chiave grottesca.
Poi per secoli il lupo è oggetto di una caccia spietata fino ad arrivare vicino all’estinzione nella prima metà del Novecento, a seguito di stragi autorizzate (le più devastanti negli Stati Uniti). Quasi scomparso anche in Italia, il predatore diventa infine oggetto di tutela negli anni '70. Eppure nell’immaginario non perde mai la sua aura terrificante veicolata soprattutto dalle favole (come non citare Cappuccetto rosso?) Così oggi, anche quando a fare strage di pecore sono cani inselvatichiti e ibridi - più pericolosi perché hanno meno paura dell’uomo - sotto accusa è sempre lui, il lupo cattivo, simbolo catalizzatore delle nostre paure.
La struttura sociale di un branco di lupi è importantissima. L’accoppiamento, la caccia e l’assunzione del cibo ne sono strettamente legate, così come il controllo del territorio e l’attività ludica. Le prove di cui disponiamo della capacità del lupo di insegnare ai piccoli le tecniche predatorie (e della capacità di questi ultimi di apprendere) inducono a pensare che anche in questa sfera la struttura sociale rivesta un ruolo primario. I lupetti allevati senza una struttura di branco si adattano molto poco alla vita in libertà. In generale, esistono tre strutture sociali separate: una gerarchia di maschi, una gerarchia di femmine e un’organizzazione sociale mista condizionata dalla stagione. E’ tipica la presenza di un maschio “alfa” o primario che domina sugli altri maschi e una femmina “alfa” che prevale sulle altre femmine. Si pensa che questa coppia alfa sia responsabile della riproduzione, benché esista un buon numero di casi sia in cattività che in libertà dove un maschio gerarchicamente subalterno si sia accoppiato con la femmina alfa, suscitando un apparente disinteresse del maschio alfa. Le femmine possono guidare il branco e influenzano sempre in modo significativo le sue attività. Ci troviamo spesso a pensare ad animali come il lupo che, in termini sociali umani, sembrano condividere con noi numerose caratteristiche. Ebbene, per quanto riguarda le femmine, che nelle società occidentali rivestono un ruolo ampiamente subordinato, l’analogia ritengo non regga. Le femmine di lupo non solo possono guidare il branco, ma addirittura sopravvivere a una successione di maschi alfa. Sono le femmine, inoltre, a decidere dove collocare la tana e quindi il territorio in cui il branco dovrà cacciare per cinque o sei settimane. Le femmine giovani sono forse leggermente più veloci dei coetanei maschi e quindi, in alcune circostanze, sono cacciatrici migliori.
Il termine “alfa” però, sviluppato per descrivere animali in cattività, è fuorviante. Gli animali alfa non sempre guidano la caccia, aprono una pista nella neve o mangiano prima degli altri. Un esemplare alfa potrebbe essere tale solo in determinati periodi per una ragione specifica e, va detto, lo è per servire gli altri componenti del branco.
Il lupo è un animale sociale, la sua sopravvivenza dipende dalla cooperazione, non dalla lotta. Gli esseri umani, soprattutto negli ultimi anni, si sono abituati a parlare di “élite dominanti” in ambito lavorativo e altrove, e hanno acriticamente ritenuto che i branchi di lupi si conformassero ai propri schemi mentali. La struttura sociale di un branco di lupi è dinamica, quindi soggetta a cambiamenti, in particolare nella stagione degli amori, e potrebbe capovolgersi in altri frangenti, come nel gioco. La sua presenza è importante durante l’accoppiamento, l’assunzione di cibo, gli spostamenti e il mantenimento del territorio, e sembra avere uno scopo quando i lupi si radunano per rassicurarsi a vicenda degli aspetti positivi del loro stile di vita così come si riflette nell’ordine sociale, in grado di accrescere le possibilità di sopravvivenza attraverso la caccia di gruppo e il controllo naturale della popolazione. Tuttavia, caricare di un’enfasi eccessiva questi presunti aspetti comportamentali come “intimidazione”, “autoritarismo” e giochi di crudeltà psicologica basati su strutture sociali, vuol dire semplicemente confondere gli strumenti di analisi umana con il vero comportamento dei lupi.
Un altro fattore da prendere in considerazione è che i branchi di lupi, come del resto i singoli esemplari, possiedono personalità specifiche. Un branco potrebbe comprendere elementi autoritari, petulanti o persino idioti, e il carattere di alcuni componenti potrebbe rendere l’organizzazione del branco più prussiano o austero di un altro. Ciò assodato, potremmo definire la seguente come una struttura di branco “tipica”: un maschio e una femmina alfa al vertice, magari di quattro o cinque anni; nel mezzo, maschi e femmine subordinati, alcuni sessualmente maturi, i dominanti dei quali sono chiamati animali “beta”; infine, i cuccioli. Componenti subordinati di entrambi i sessi mostrano deferenza agli alfa. I subalterni dello stesso sesso stabiliscono un loro ordine, solitamente con gli elementi di un anno al fondo e uno di due o tre anni in cima. Anche i cuccioli obbediscono a un proprio ordine sociale, indipendente dal sesso.